Argalia (Bivongi), Fichi d'india

Diario di bordo

La prima volta

È incredibile come un ricordo di quasi quaranta anni addietro torni così nitido nella memoria.

L'autore, Emanuele Valenti, da bambino.

Da bambinetti il modo era tutto nella ‘ruga’, ‘u tornanti’ per l’esattezza. In estate eravamo almeno una quindicina di ragazzi, qualcuno più grande, qualcuno più piccolo. ‘U nucitu’ (il Noceto) era una estensione naturale della ruga. Quando ci stancavamo di giocare scalzi nell’asfalto torrido ce ne andavamo, sempre scalzi o al più con le ciabatte di plastica, nei boschetti di leccio.

Estate del 78. Come ricordo la data? Lo scopriremo più avanti.

I fratelli già adulti di alcuni amici decidono di salire al castello sul monte Consolino. Si mettono in macchina e raggiunto Stilo salgono per la comoda strada.

E noi, dagli otto ai quattordici-quindici anni per inciso, che facciamo? Ci andiamo anche noi. Ma a piedi, dal lato di Bivongi. Vista da qui, la sommità del monte appare ancora oggi inespugnabile. Ma questo non era certo un problema che ci ponevamo allora.

Così in gruppetto partiamo, qualcuno a piedi nudi. Superata la ‘Carcara’ per noi più piccoli si apriva un nuovo mondo. Quelli più grandi evidentemente ci erano già stati.

Proseguendo su un sentiero in mezzo agli ulivi, allora ancora coltivati passiamo dal ‘Casino’, e continuiamo sempre in salita. Passiamo in mezzo ad un mandorleto. Facciamo incetta di mandorle riempiendo una maglia annodata a mo’ di sacco. Solo una volta arrivati in cima scopriremo che le mandorle sono amare, e quindi immangiabili.

Pieghiamo verso sinistra su un sentiero molto labile. Siamo alla base delle rocce a strapiombo. Come faremo a salire? (Ad essere onesto non ricordo di essermi mai posto questa domanda. Ma col senno di poi, era proprio il caso di farsela).

Continuiamo a salire, con i piedi sudati che scivolano nelle famigerate ciabatte di plastica. Tratti coperti da vegetazione si alternano a tratti esposti al sole torrido del pomeriggio di agosto.

Ad un certo punto svoltiamo a sinistra e superata un breve tratto franoso ci troviamo in cima. In cima al Consolino! Per la prima volta.

Per raggiungere i fratelli automuniti manca solo qualche centinaio di metri. Ma ormai siamo sul pianoro che si trova sulla vetta. Percorso questo spazio finalmente l’incontro.

E qui partono i cazziatoni per quelli più grandi: “siti pacci!”, “incoscienti!”, “e vi portastuvu appriassu puru si zzitiedi?” (e vi siete portati dietro anche quei bambini [riferendosi a me ed al mio amico più piccolo]).

La risposta di quest’ultimo è stata memorabile, ed è quella che mi fa datare con certezza questo ricordo “io zzitiedu? Io ajiu uattu anni! (bambino io? Io [già] ho otto anni!).

Inutile dire che ci hanno fatto tornare indietro con loro dal lato di Stilo, e, una volta stipati nelle macchine, portati fino a Bivongi.

Dopo quel giorno, anche il Consolino è diventato una estensione della ruga.

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